Il comparto garantito o obbligazionario perde rispetto al TFR

Chi sceglie questi comparti perde rispetto alla rivalutazione del TFR

Quando un lavoratore dipendente o autonomo sceglie la previdenza complementare per irrobustire la sua pensione finale si trova nella scomoda situazione, specialmente se non ha, e questo capita a molti, almeno l’ ABC della cultura finanziaria, che il suo montante accumulato risulta inferiore a quello spettante per legge senza fare alcuno sforzo mentale.

L’aderente ad una forma di previdenza complementare deve scegliere in quale comparto di investimento vuole che i suoi soldi siano allocati. I fondi pensione in genere offrono tre tipologie di investimento: quello garantito che dovrebbe garantire almeno i soldi depositati nel fondo, quello obbligazionario che obbliga il fondo a comprare per lui solo titoli di debito, ed in ultimo quello azionario.

Secondo i dati della Covip circa il 50% degli iscritti sceglie i primi due comparti ottenendo, negli ultimi due anni, un rendimento inferiore a quello dato dalla rivalutazione del TFR. Come sappiamo il TFR per legge si rivaluta annualmente  dell’1,5% più lo 0, 75 dell’inflazione. Ebbene il rendimento del TFR negli ultimi 10 anni è stato del 2,4% mentre le linee garantite o obbligazionarie sono arrivate a fruttare un rendimento massimo dell’1,7%. Questo è dovuto al fatto che c’è una certa resistenza alla adesione ad un comparto azionario perché si ha paura delle cicliche bolle speculativo speculative che possono azzerare tutti i guadagni. Questa evenienza periodicamente  riporta alla ribalta il problema del life cycle per il quale esistono anche delle proposte di leggi finora non andate in porto.

Il life cycle in sostanza è quel meccanismo che dovrebbe portare gli investimenti, man mano che si avvicina la pensione col crescere dell’età anagrafica, dai comparti più a rischio più speculativi a quelli meno soggetti a turbolenze, cioè cambiare automaticamente a step stabiliti dai comparti azionari a quelli obbligazionari e poi garantiti. Questo meccanismo dovrebbe scattare su adesione volontaria dei richiedenti, mentre per gli altri rimane libera la possibilità di investimento nel comparto che più gradiscono.

E’ ovvio che se non si ha l’accortezza di fare questo cambio (swap in termine tecnico) i sottoscrittori delle adesione ai fondi pensione potrebbero non avranno quella maggiorazione del TFR che si aspettavano.  Oppure, sapendolo, il loro scopo era unicamente di incrementare il tfr con il contributo aziendale e i benefici fiscali connessi con l’iscrizione alla previdenza complementare.

Probabilmente in questo quadro si può inserire la norma varata nell’ultima legge finanziaria quella per il corrente 2025 che dà la possibilità agli assunti dall’1/1/2025 di versare dei contributi aggiuntivi a quelli ordinari.

La legge 207 del 30 dicembre 2024, infatti prevede che gli iscritti all’Inps compresi quelli iscritti alla Gestione Separata, che cominciano a lavorare per la prima volta dal 1 gennaio 2025, possono aumentare volontariamente il proprio montante contributivo INPS versando una quota aggiuntiva non superiore   al  2% rispetto a quanto. La quota Inps a carico del lavoratore è di norma pari al 9,19%, adesso si può versare fino all’11,19%, mentre rimane invariata la quota dell’azienda.