L’8 marzo è la Giornata internazionale della donna, non la “festa della donna” perché non è una festa ma un giorno commemorazione e di riflessione che ha lo scopo di ricordare sia le lotte sociali e politiche, sia le discriminazioni e le violenze che le donne hanno dovuto affrontare e che affrontano tuttora.
Essa viene fondamentalmente collegata ad un tragico avvenimento che risale al 1911, ed è quello che per molti diede origine a questa festa. L’8 marzo di quell’anno, infatti, un gruppo di operaie di un’industria tessile di New York stava scioperando da giorni contro le terribili condizioni in cui si trovavano a lavorare. Per stroncare la protesta, i proprietari dell’azienda chiusero le porte della fabbrica, impedendo alle operaie di uscire.
A un tratto però scoppiò un incendio che uccise ben 134 lavoratrici. Tra queste donne c’erano molte immigrate (anche italiane) che cercavano solo di migliorare la propria condizione di vita.
In occasione di questa ricorrenza trattando della previdenza complementare, come riporta l’osservatorio Moneyfarm, il tasso più elevato di adesione alla previdenza integrativa si riscontra tra gli uomini di età compresa tra i 40 e i 59 anni. All’opposto, la situazione più critica è quella delle giovani donne tra i 30 e i 39 anni: qui il tasso di adesione alla previdenza integrativa crolla al 17%.
Quello della previdenza al femminile è a tinte scure, altro che “rosa”, soprattutto se si considera che, a partire dai 50 anni, il tasso di occupazione continua a calare al crescere dell’età, arrivando a sfiorare il 48% per le donne tra i 55 e i 64 anni (contro il 69% dei loro coetanei uomini).
Spesso, dunque, pur potendo beneficiare del requisito di pensione anticipata inferiore di un anno (41 anni e 10 mesi vs 42 anni e 10 mesi per gli uomini), le donne non hanno la continuità lavorativa necessaria per accedere alla pensione per anzianità contributiva. Se poi si considera che l’età media di pensionamento – oggi pari a 64,2 anni – è destinata a salire ulteriormente in futuro, la situazione appare ancora più critica per le lavoratrici che si sono da poco affacciate al mondo del lavoro.
Per quanto il “tasso di sostituzione netto”, cioè il rapporto tra la retribuzione pensionistica netta e l’ultima retribuzione netta da lavoro dipendente o autonomo, non sia significativamente diverso tra donne e uomini (dal 59%-65% in uno scenario prudenziale fino al 70-80% delle carriere più lunghe e continuative), sono proprio la continuità lavorativa e il divario retributivo di genere a giocare a svantaggio delle lavoratrici. Secondo l’edizione 2023 dell’Osservatorio INPS sui lavoratori dipendenti del settore privato3, la retribuzione media annua degli uomini è infatti pari a 26.227 euro contro i 18.305 euro delle donne, con una differenza di quasi 8.000 euro annui che si traduce inevitabilmente in un assegno più basso per le pensionate. Lo conferma l’ultimo rapporto annuale dell’INPS di settembre, secondo cui nel 2023 la pensione media era pari a 1.750 euro lordi per gli uomini e 1.069 euro lordi per le donne, ossia, rispettivamente, circa 1.430 e 947 euro netti.4
Una ragione in più quindi per le donne unirsi agli oltre 6 milioni di lavoratori tra i 30 e i 59 anni che hanno già sottoscritto una qualche forma di previdenza integrativa versando, secondo le nostre stime, una media di 2.004 euro annui, con valori compresi tra i 1.700 euro delle trentenni e i 2.700 euro dei cinquantenni.